Vale la pena leggere questo libro. Era il 1963 quando il poeta e scrittore afroamericano Everett LeRoi Jones (cambiò nome in Amiri Baraka dopo l’assassinio di Malcolm X, nel 1965) decise di dare alle stampe “The blues people”. Tradotto in Italia da Einaudi quarant’anni fa, la copia in mio possesso, più recente, è quella edita dai tipi della Shake.
A varie tappe il nostro ci presenta il cammino intrapreso dallo schiavo africano, deportato in massa dai primi anni del ’600, per diventare col tempo “cittadino americano” con tutto ciò che ne è conseguito. Per Baraka infatti, una cosa è lo schiavo nero (“Il nero come non americano”), altra cosa è il nero americano, pur continuando ad essere schiavo. I primi arrivati non cantavano, tecnicamente e metricamente parlando, blues (“indebitamente nessun prigioniero africano proruppe mai in St. James Infirmary un minuto dopo essere stato spinto fuori dalla nave”), né lo facevano in inglese: si esprimevano in dialetti africani, come ad esempio il bantù. Contavano, una volta finita la prigionia, di ritornare in Africa. Hanno iniziato a non ritenersi più prigionieri di passaggio, una volta presa coscienza che non avrebbero più abbandonato l’America. Da questo momento, dove la loro vita veniva irrimediabilmente cambiata, nasce il nero americano, anche se ancora schiavo. E nasce il blues come coscienza e come etica ed estetica durevole di reazione alle nuove condizioni. Anzi, come dice Baraka, il blues è l’atto di nascita dei neri americani.
Ma un’ulteriore deportazione attende il nero americano dopo la fine della guerra civile, l’abolizione della schiavitù e l’industrializzazione nel nord.
Così, il blues, svulippatosi nella schiavitù, incontra ora i ritmi frenetici della città e della fabbrica attraverso un “riallineamento psicologico” teso a “riconsiderare il peso del nero nella società”.
La musica non cambiò di molto. Al lavoro c’era selettività, per i neri c’era sempre posto nelle fonderie, raramente altrove, e durante la crisi del 29 i più colpiti non erano certo i bianchi. Ma la musica suonata cambiò eccome con la produzione dei race records. Ora i neri non avevano a che fare solamente con l’improvvisazione: l’esecuzione e la registrazione richiedevano dei tempi da rispettare per finire su disco. La commercializzazione del genere mise così il primo limite alla creazione di questo popolo perennemente in lotta. Una lotta senza la quale, per Baraka, c’è solo un’estetica di sottomissione. Basta così. Leggetelo!
Amiri Baraka (LeRoi Jones)
Il popolo del blues - Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz.
1994, Shake

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